Sansar

Lentamente la visione affiora nei cammini tortusi del risveglio, ed io non so se definirlo un sogno, un incubo od una oscura e profonda metafora dell’incontro.
Non so in quale modo io mi trovi ora qui.
L’edificio si sviluppa lungo un lunghissimo corridoio, in cui tutti noi, vestiti in maniera identica, possiamo camminare in fila, avanti e indietro. Le pareti sono grigie e spoglie, con una sottile linea rossa che le attraversa longitudinalmente. Sul lato sinistro della galleria, in opposizione a quello destro, una lunghissima sequenza di porte, tutte identiche.
Ogni tanto qualcuno esce da una porta, ma la luce proveniente dalla stanza e’ troppo forte, e non si riesce a distinguere nulla al suo interno. Sono spaesato, ed entro nella mia stanza. Non vi e’ un segno, un numero, un simbolo che me la indichino, ma aprendola, sono certo che si tratto proprio della mia stanza. Ero rimasto stupito da come le persone entrassero ed uscissero in maniera sicura da ognuna delle stanze, e l’unica conclusione fosse che non scegliessero le porte, ma vi entrassero in maniera casuale. Dovetti ricredermi, al momento di lasciarmi trascinare da questa misteriosa forza che identificava la mia stanza.
Aprendo la porta, mi ritrovai L. al mio fianco. Entro’ con me, senza parlare, e senza che io potessi pronunciare parola. La stanza era grande e spaziosa, con un’ampia vetrata che dava su un giardino pieno di sole, in cui campeggiava un’enorme magnolia. Su un lato, il letto ed una scrivania, sull’altra, un armadio chiuso e bianco. L. parlo’. Poche parole, semplici frasi che ho difficolta’ a ricostruire. Il senso era chiaro, quella era la mia stanza, il mio mondo. Come nessuno poteva penetrare la mia intimita’ senza la mia presenza, allo stesso modo, io non potevo entrare nella stanza di qualcuno senza essere accompagnato dal proprietario. L. usci’ portandomi con se’ e mi mostro’ la sua stanza, identica alla mia in ogni dettaglio.
A questo punto uscimmo dalla stanza, e L. riprese il suo cammino nella lunga fila di persone, augurandomi buona fortuna e promettendomi che ci saremmo rivisti piu’ tardi. Entrai nella mia stanza, che ormai sapevo essere di fianco alla sua, e rimasi sbalordito. L’aspetto della stanza era radicalmente cambiato ora che mi ci trovavo solo. Le pareti tappezzate di foto e fogli scritti, tutti con la mia grafia antica, disegni, poster. Osservai con attenzione ogni dettaglio, e capi’ che ogni singolo istante della mia vita si materializzava al solo passaggio del mio sguardo, compresi gli stessi pensieri che abitavano la mia testa in quel momento. Sentimenti, ragionamenti, certezze, dubbi, sogni e incubi erano fissati per sempre sulla sottile superifice della carta, componendo l’infinito e meraviglioso mosaico della mia coscienza.
Non ho ricordo di cosa successe dopo, ne’ di cosa mi spinse a fare quello che feci. Ricordo solo che ero arrampicato sul cornicione della mia vetrata, e mi spostavo lateralmente cercando di entrare nella finestra aperta di L. Vi entrai di soppiatto, cercando di non farmi sentire dall’esterno e quello che ci trovai non mi sorprese nella forma quanto nei contenuti.
La stessa stanza che avevo visitato poco prima con L., si era trasformata e sulle pareti vedevo proiettato il mosaico della vita di L. Le sue paure, i suoi pensieri, le sue poesie per la prima volta svelati davanti ai miei occhi. E all’improvviso, vidi me stesso osservarmi dal muro, in un’infinita’ di fotografie e disegni, in ogni istante di vita condiviso con lei, fissato nell’eternita’ di un ricordo.
Non ho piena coscienza di cosa successe dopo. Il risveglio calo’ come una scure sulla mia nuova dimensione, lasciandomi la vaga sensazione di aver profanato un profondo segreto.
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