Lettera

Nadia

Non ho mai scritto su carta questa lettera, perché non meritavi di trovarla nemmeno per sbaglio. Ma la mia mente la conosce a memoria, ed ora posso scriverla perché il nostro legame si è spezzato come un ramo secco, inosservato e in silenzio.
Avevi sei anni in più di me, lo sapevi che io non avevo altri che te in famiglia: ridevamo, poco tanto a crepapelle, ascoltavi la mia preadolescenza, io gustavo la tua adolescenza con desiderio e impazienza: eri fantastica – “fantastica” come lo può dire una preadolescente – insieme alle tue amiche, nelle scritte del tuo diario scolastico, nei tuoi lunghi e morbidi ricci e nella capacità che avevi di relazionarti con me con affetto e umorismo, totalmente ricambiati.

Lo sapevi che mi mancavi, che eri distante, che ti mandavo lettere una o due volte al mese, rispondendoti il giorno stesso in cui mi arrivava la tua lettera, che aspettavo con impazienza e sicurezza. E tu facevi sovente lo stesso, spesso pure scrivevi più giorni, più fogli, ed io li divoravo. Questo nostro contatto mi bastava ad affrontare ogni giorno, sapendo che ero capace di ridere quanto di piangere, con una fiducia in me stessa forte quanto l’affetto per te. Un legame ideale, leggero, sicuro, libero.
Mi mancavi, lo sapevi. Dopo due anni di lettere ti ho quasi sostituita al regime. Cibo ed esercizio fisico divennero quell’illusoria salita che non sapevo più dove cercare e che mi ha fatta scivolare in un baratro chiodato. Ti ho confidato subito il problema, hai risposto divinamente. Ma…solo ricordarlo è terribile…è terribile come anche le tue parole venivano infettate da quel nero vuoto che stava fagocitando tutto. Una voce subdola, comprensibile solo da chi ha provato lo stesso, che mi diceva “Non fidarti, anche lei ti tradirà, sono parole false le sue, puoi fidarti solo di me”. Ci siamo viste d’estate, siamo state con i nostri parenti. Hai visto il mio corpo, hai passato tre giorni con me in cui cercavi di farmi ridere il più possibile. Io ridevo, parlavo e talvolta ti rispondevo con rabbia, una rabbia che non era mai stata veramente espressa, perché espressa ai diretti interessati veniva solamente alimentata ancora di più, era solo uno stimolo alla loro intelligenza malata. Poi mi hai scritto: “Grazie, grazie a te ho capito qual’è il mio vero volto”. Ed ho visto scendere te nel baratro.
Sono passati dieci anni. Ti scrivevo lettere di speranza, consumata dai sensi di colpa che nascondevo dietro sciocche frasi, ero convinta di averti fatto del male con un male che sentivo di non essermi nemmeno scelta.
Sei stata l’unica ragione per uscirne. Volevo uscirne, perché tu eri stupenda, perché quella magrezza non ti apparteneva, tu eri stupenda. Nulla di quell’orrore si mescolava con te, per me eravate come l’olio e l’acqua. Per me eri incontaminabile. Volevo che fossi incontaminabile. Quella voce continuava a dirmi che dovevo fidarmi solo di Lei, ma qualcosa di te riusciva a farla sentire in discussione, a farla sentire fragile quando invece voleva mostrarsi invincibile e onnipotente ai miei occhi. E piano piano invece, dopo anni, hai iniziato a trattarmi come se il nostro rapporto non fosse mai esistito, mi mandavi sporadiche lettere, prive di brio anche se ancora piene della tua intelligenza.
Non esistevi più. Era una consapevolezza paralizzante, abominevole e assordante.
Finché un giorno mi hai proprio trattata con disprezzo, disprezzo freddo, superficiale, idiota, come quello tra sconosciuti che se non si piacciono si pizzicano. Hai fatto bene, non mi hai delusa, no. Ho smesso di avere qualsiasi senso di colpa nei tuoi confronti. Ho inziato a pensare: ed io chi ero perché tu non facessi perno sul nostro affetto per risolvere il tuo male prima di strutturarlo e fossilizzartici dentro? Io che ne sono minimamente uscita per te, per noi, mostrandoti come la gioia che avevamo condiviso potesse irrigare l’orrore che avevo dentro e farlo vergognare di se stesso e solo di se stesso per un po’. Ero più piccola di te. Non dovevi farlo.
Io ho dimostrato quello che sono. Tu hai dimostrato quello che sei, e sappi che non mi piaci. Oggi non sono più piccola di sei anni di te; non parlo in modo brillante come te, incespico e perdo il filo spesso, ma sono io che parlo. E l’ho scelto. No, non sto bene, ma se devo sentirmi definita da qualcosa, nelle mie briciole di identità, voglio sentirmi definita dai miei occhi che guardano quella luce pura ed eterna che ho cercato con tutta me stessa ed ho trovato nell’orrore più impensabile, quando il corpo mi diceva “ancora un po’ e muori”.
No, quello sfiorare il collasso non è stata scelta mia, non è stato né per cibo né per sforzo fisico. E’ stata una guerra ricominciata dagli stessi carnefici della mia vita in quei frangenti, ma ormai avevo già imparato ad amare il tuo splendore, ed avevo già imparato a cercare uno specchio ancora più bello, perfetto, e a distinguere il più possibile la menzogna dalla verità, pur non trovandola. Ed è stato in quel momento che è comparsa ed ho sentito che cos’è un vero legame, ed ho capito che il nostro, probabilmente, se non è sempre stato falso, probabilmente è stato perlopiù univoco, da una parte o dall’altra.
Non ho mai scritto questa lettera intrisa com’è di sentimenti infantili, adolescenziali e più adulti, con le sue contraddizioni, negazioni e ingenuità. Probabilmente non è nemmeno una “bella lettera”, ma va bene così. Ultimamente stavo facendo pulizia dentro di me, ho ritrovato questa lettera, ed ora l’ho buttata fuori per non averla più.

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